21 ottobre 2010

Francesco Recami ospite al Salotto Conti


Ospite del Salotto Conti, Francesco Recami parla del suo ultimo libro Prenditi cura di me e commenta le domande dei lettori. Ecco alcuni interventi dello scrittore a proposito della sua opera.

“Quello che mi spinge a scrivere è l’incazzatura, la rabbia per alcune scelte politiche per il paesaggio urbano. A Firenze, arrivi dall’autostrada e trovi la melma, il pantano. Tutta la storia urbanistica di Firenze è sempre stata in mano agli speculatori edilizi, il vero potere lo gestiscono loro. Il mio sdegno è molto forte; io descrivo il degrado di alcune anime che dipende anche dal degrado del paesaggio in cui vivono. Quando prendo il treno e vado verso Signa, mi guardo intorno e dico, ma con questo paesaggio le persone a cosa possono ambire se non al rifiuto.”

“Mi sono adeguato al livello di regressione linguistica del paesaggio. La lingua di Stefano è triviale. Con i documenti PDF oggi puoi controllare la ricorrenza dei termini: mi sono accorto che in una pagina la parola cazzo compare sedici volte. Ma non poteva che essere così, ho pensato. Mi sono chiesto, perché Stefano usa tutte queste parolacce, è un po’ una forma difensiva. Più uno è in difficoltà, più si chiude nelle abitudini, nel proprio dialetto. Stefano non ha modo di difendersi in questo contesto di ultra-stress e si chiude in questa ferocia linguistica, come fosse una difesa, come quella del gergo dei carcerati.”

“La redenzione è una finzione, è una menzogna. Spesso leggiamo per avere un filo di redenzione. Ci chiediamo, come ne esco? Questo è un libro allegorico, pieno di metafore. Nel pantano, ad esempio, non ci muori, non c’è una tragedia, rimani impantanato, appunto. Non c’è catarsi ma è ovvio perché non esiste più la natura, non ci si può connettere più col flusso della natura. In tutta la letteratura tragica alla fine ci si riconnette al cosmo. Ora non abbiamo più un fiume eterno a cui riconnetterci.”

“La vera metafora della città morente è la Marta; ha avuto un ictus, un blocco, come è successo alle arterie di Firenze.”

“Dovremmo smetterla di congelarci nei racconti edificanti. Io mi sono rotto di scherzare, io voglio bagnarmi di questa melma. Alla fine di un giallo si va a letto tranquilli perché si è ottenuto la quadratura. In questo libro non c’è. Non è compito mio proporre una redenzione, io voglio togliere qualcosa, non aggiungere. A me interessa l’iper-realismo, bisogna prendere atto delle cose come sono. Se volessi vendere più libri, scriverei diversamente, ma non è quello che voglio fare.”

“Stefano non mi ha preso la mano. È un personaggio che non ha risorse, non ha alcuno strumento. Io vedo i lettori maschi che cercano di prendere molto le distanze. Quando ci si prende cura delle altre persone bisogna avere degli strumenti che gli uomini non hanno, ce li hanno le donne. I maschi non ci sanno stare davanti al dolore. Questa capacità di pietas del narratore, la capacità di soffrire insieme agli altri, si vede in alcuni scarti narrativi. Apparentemente il narratore è esterno, ma dallo stile si capisce che è ultra-coinvolto, soffre nel vedere la perdita di coscienza; è una lamentela nei confronti di Dio. Prenditi cura di me infatti è anche un salmo, è quella la vera preghiera.”

“Siamo istruiti dagli spot a sognare per venti secondi. Il nostro sogno funziona come una pubblicità. Se ci pensate, nella pubblicità delle moto ci sono sempre le strade deserte, al contrario delle nostre città. Sviluppiamo il nostro desiderio in base a questa impressione.”

“Tanto più pessimistica è la lettura di questo libro, tanto più pessimista è il lettore perché interessato al denaro.”


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